Giovedì, 02 Gennaio 2020 17:29

Recensione “I Thàlassa Mas” di Francesco Mascio e Alberto La Neve

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Francesco Mascio e Alberto La Neve

Etichetta discografica: Manitù Records / Concertone

Anno produzione: 2019

Un viaggio ancestrale verso mondi antichi, ricchi di storia che uniscono Oriente ed Occidente in un’unica entità ben distinta. In questo modo potremmo riassumere I Thàlassa Mas, album d’esordio del chitarrista Francesco Mascio e del sassofonista Alberto La Neve (per la prima insieme in un inedito duo) pubblicato dall’etichetta Manitù Records e Concertone. Il titolo dell’album, dal greco Mare Nostro, rappresenta appieno l’essenza di questo disco che accomuna in sé i linguaggi e i suoni del Mar Mediterraneo, un bacino di storia e di culture venute a contatto nel corso dei secoli. Gli echi orientaleggianti si percepiscono soprattutto in Bent El Rhia, brano che apre il disco, e I Thàlassa Mas, dove una melodia arabeggiante si sposa con i suoni moderni in questo caso disegnati dalla chitarra elettrica di Francesco Mascio. Cano è una composizione che richiama la musica tradizionale greca e che si avvale della collaborazione di Jali Babou Saho e Fabiana Dota, mentre  Soul in September ha un sapore mediterraneo, ma con uno sguardo verso la modernità e un jazz dai tratti più contemporanei. Sognando un’altra Riva è un brano dai tratti malinconici dove la voce di Esharef Alì Mhagag sembra creare un dialogo tra Oriente ed Occidente. Vento da Est è invece un ponte tra passato e presente, dove una melodia arabeggiante si sposa con suoni moderni, quasi distorti, aprendo lo spazio all’improvvisazione pura. Holy Woods è una composizione distesa, rilassata, mentre Neglia i Luna, dove è presente ancora una volta alla voce Fabiana Dota, affonda le radici nella tradizione del Sud Italia. Portrait d’Italie, grazie ad una melodia intensa e diretta, chiude questo viaggio nel Mar Mediterraneo con un ritratto del nostro Paese reso alla perfezione da una musica che sembra essere uscita da un film di Federico Fellini. I Thàlassa Mas è in sintesi un disco carico di lirismo che disegna percorsi, incontri e trae spunto dalle radici di grandi culture che nell’arco di millenni si sono spesso toccate influenzandosi a vicenda.

Carlo Cammarella