Intervista a Sergio Veschi

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Intervista a Sergio Veschi, patron della Red Records

 

"Industria discografica rottamata. Finisce il Cd,

non la musica. Ma il jazz è sempre dove lo cerchi”.

 

Gino Fortunato

 

Nato a Urbania, in provincia di Pesaro Urbino, trapiantato tredicenne a Milano, Sergio Veschi ascoltò per la prima volta il jazz a casa di un professore di francese che gli dava ripetizioni.

Da quel momento in poi. il jazz diventa la sua musica d’elezione. Impara da autodidatta a suonare il sax, ma affascinato dalle lotte politiche degli anni 60, diventa militante del movimento studentesco in cui svolge ruoli di rilevo, anche se non di primissimo piano. Organizza per il “movimento” un festival dedicato alla musica afro –americana, interpretata d musicisti italiani e questa manifestazione ebbe grande successo, portando il jazz all’attenzione di un pubblico molto più vasto. Veschi smise di far politica nel 1976 per fondare l’etichetta indipendente Red Records che annovera nel proprio catalogo, oltre 150 incisioni.

 

 

La Red Records è un’etichetta che mantiene una peculiarità che la contraddistingue da tutte le altre. Come è nata questa identità?

“In maniera casuale e per una serie di circostanze alle quali avrei potuto sottrarmi, ma non l’ho fatto”.

 

Ovvero?

“Non avendo punti di riferimento di settore, l’importante era “fare”. Per imparare a “fare”, alla fine degli anni ’70, in Italia e in Europa, sia per motivi ideologici che per una vasta scelta da parte degli artisti, dominava il Free. Infatti anche noi, all’inizio, abbiamo risentito di questa influenza che poteva definirsi come “la musica del momento” o “la musica che era nell’aria”. Nel 1979 registrammo Massimo Urbani con la ritmica americana di Beaver Harris che era il gruppo nel quale c’erano anche Ken McIntire e Grachan Monchour III. Durante una pausa della registrazione, al bar a fianco dello Studio Barigozzi di Milano, Massimo Urbani chiese consigli a Grachan su cosa dovesse studiare per migliorarsi. Gli rispose: “studia il Bebop. Suonalo più che puoi e quando lo padroneggerai, potrai suonare qualsiasi cosa. Perché saprai sempre, musicalmente parlando, dove sei e cosa stai facendo. È la musica più difficile da suonare che richiede il maggior impegno e conoscenza. Tutto il resto, almeno da u punto di vista tecnico, è molto più semplice. Queste sue parole mi rimasero impresse e mi fecero capire che la Red Records doveva riallacciarsi alla grande tradizione del Jazz Moderno e a quella delle etichette che le avevano documentate meglio. Così facemmo una svolta che era decisamente controcorrente e che ci avrebbe messo contro molte tendenze artistiche ed estetiche dominanti in Italia e in Europa”.

 

Agli albori della Red Records, non eri solo. Al tuo fianco c’era Alberto Alberti.

“Alberto, assieme a Giancarlo Barigozzi e Sergio Rigon, per motivi diversi sono le persone che hanno contribuito più di chiunque altro a formare e definire la mia conoscenza del jazz nei suoi vari aspetti. Alberto era un manager e un operatore culturale di altissimo livello; Giancarlo un sassofonista largamente sottovalutato, mentre Sergio ha avuto la pazienza di insegnarmi il jazz dal punto di vista strumentale, perché è stato il mio insegnante di sassofono. Tuttavia di Alberto Alberti, non posso parlarne che bene. Perché molte delle cose per le quali la Red Records è apprezzata dal jazz fan, sono state realizzate con il suo contributo fondamentale. Senza di lui le registrazioni con Sam Rivers, Phil Woods, Cedar Walton, Sphere (Kenny Barron, Charlie Rouse, Buster Williams e Ben Riley; ndr) e altri di questo orientamento, non sarebbero state possibili. C’è anche da dire che fra me e Alberto c’era anche un po’ di competizione, nel senso che le cose che realizzavo autonomamente, come i dischi di Bobby Watson e altri, da lui non erano molto bene accette”.

 

Solo per rivalità?

“No, anche per invidia. Io e Alberto sul Jazz la pensavamo in buona parte allo stesso modo, ma eravamo due persone di generazioni diverse, con un diverso background”.

 

Pur nelle molteplici sfaccettature del jazz, nel catalogo “Red”, si trova anche il nome di Fabio Treves. Un’anomalia o solo una traccia del tuo background?

“Treves è un nome tipicamente milanese che caratterizzava l’area musicale del periodo. La sua Blues band ha a che fare con una musica che ho sempre amato. Fabio Treves all’inizio della sua carriera suonava una sorta di R&B ed anche questa è la musica dei neri. Quindi, così come esistevano le varie Dixieland jazz band, poteva, a buon diritto, esistere una TBB che faceva una musica tutto sommato facile, adatta a un pubblico sostanzialmente incolto. Poteva essere un entry point per il jazz”.

 

Tra gli artisti che hai prodotto, chi ti ha maggiormente segnato?

“Nessuno. Avendo cominciato ad ascoltare il Jazz alla fine degli anni ’50 i miei primi concerti sono stati quelli con John Coltrane, Sonny Rollins, Monk, Mingus (con Dolphy e Clifford Jordan e Jacky Byard), per proseguire con Lennie Tristano, il trio di Ornette Coleman, Duke Ellington, Coleman Hawkins, ecc… il jazz a cui mi riferivo è stato questo. Quindi, i vari Bobby Watson, Jerry Bergonzi, Joe Henderson, Phil Woods, Billy Higgins o Kenny Barron, mi sono subito apparsi come gli eredi e i continuatori, pur in modi e forme nuove, di questa grande tradizione. Se qualcuno non fosse d’accordo, come è probabile, dal mio punto di vista sbaglierebbero, perché della musica credo che esistano valori assoluti e mode”.

 

È per questo che nella tua personale ricerca, anche negli ultimi tempi, sei andato alla riscoperta del Jazz interpretato in altri angoli del mondo. Quindi con le influenze di altre origini musicali. Per esempio, il “tuo” “sud del mondo…

“Ecco, per “sud del mondo” intendo una musica periferica, non prodotta nei luoghi canonici deputati. Per usare una metafora dedotta da Evaristo Carriego di Borges, che parlando del quartiere Palermo di Buenos Airres (abitato da immigrati siciliani), disse che è nei luoghi dove la storia sembra essere assente che in realtà la storia si compie. Analogamente, decidere di produrre musicisti sudamericani come Edward Simon, Ector “Costita” Bisignani, Norberto Minichillo, Luis Agudo, il grande chitarrista Pablo Bobrowicky, come pur il pianista albanese Markelian Kapedani, significa cogliere momenti artisticamente significativi per l’alto livello musicale. E questo avviene in luoghi, per l’appunto, periferici e insoliti. Il Jazz è dove lo trovi. A patto che lo si sappia riconoscere, perché viviamo in un’epoca in cui la globalizzazione non è solo economica, ma è anche culturale”.

 

Non per voler parlare di corda in casa dell’”impiccato”, ma in qualità di discografico credi che per il Jazz ci sia ancora un futuro, anche senza CD?

“Beh, in effetti l’industria discografica è stata rottamata dalle nuove tecnologie. Ma non è la fine della musica. Stiamo attraversando un periodo in cui un mondo finisce e ne inizia un altro, i cui contorni non sono ancora molto definibili. Molto si perde e molto si conquista, anche se non si sa bene cosa esso potrà essere. In ogni caso, più che me, riguarda le nuove generazioni, per le quali YouTube, i-Tunes e Facebook, sembrano essere più importanti”.

 

Gino Fortunato