Recensione “Disorder At The Border” di Filippo Bianchini 4-Tet

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Filippo Bianchini 4-Tet

Etichetta discografica: September

Anno produzione: 2015

Apollinee e manifeste allusioni all’imprescindibile tradizione jazzistica avvolte in un nuovo abito sonoro particolarmente elegante. Disorder At The Border è la nuova fatica discografica a cura di Filippo Bianchini 4-Tet, formazione costituita da Filippo Bianchini (sax tenore e sax soprano), Nicola Andrioli (pianoforte e piano elettrico), Jean-Louis Rassinfosse (contrabbasso) e Armando Luongo (batteria). Questo quartetto si arricchisce della prestigiosa  presenza di John Ruocco (sax tenore e clarinetto in Song for Sat e Mad Blues) e Rodolfo Neves (tromba e flicorno in Song for Sat e Mad Blues). Gli otto brani che formano la tracklist scaturiscono dall’ubertosa penna del leader, eccezion fatta per Pretext (Michel Herr) e Weaver of Dreams (Jack Elliott-Victor Young). Try Not to be Angry è un caloroso invito alla placidità mentale. Qui Rassinfosse intesse un eloquio cantabile, pregno di ardore comunicativo. L’incedere di Andrioli è scandito e scolpito nitidamente, con regale senso melodico. Bianchini architetta un sermone improvvisativo intelligentemente calibrato, adornato da calzanti impennate cromatiche e cenni di growl, sobillato dal costrutto ritmico trascinante di Luongo. Il cullante e pindarico andamento ternario di Song for Sat (brano dedicato a Francesco Satolli, arrangiato da Lorenzo Agnifili) è teneramente ammantante. Qui Ruocco fraseggia con magistrale scioltezza e impeccabile padronanza strumentale. Neves cesella un’elocuzione brillantemente cadenzata, impreziosita da uno spiccato senso dello swing. Il nerbo che trasuda da Dance for my friends è un’iniezione di adrenalina. Bianchini, interagendo fittamente con Luongo, sviscera un’elocuzione ad alta intensità, imperlata da interessanti idee armoniche. Andrioli snocciola un playing torrenziale, ingemmato da alcune fugaci e inebrianti outside phrases. Generato nel segno del modern mainstream, Disorder At The Border è un disco che esalta parimenti le doti tecniche e interpretative dei protagonisti. Un album in cui la nobile ricerca della sobrietà espressiva è irrefutabilmente lodevole.

Stefano Dentice